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Commémoro 1915/18 – Racconto di Gianpiero Dèlmati

Commémoro – 1915/18

Negli occhi il viso sorridente –

"Posta …" Gridò il Sergente mentre, camminando, cercava di scrollare il fango dagli scarponi sormontati da fasce. La trincea era semi allagata dalla forte e battente pioggia notturna di quel giorno di Novembre 1917. Al grido del sottufficiale, un gruppo di Fanti formò un cerchio attorno al latore della notizia. "Carloni, Bianchi,Bottazzi,Calò, Pianu, Beretta …finito! Non c'è altro". Le lettere furono ritirate dai soldati quasi strappandole dalle mani del loro superiore. Alcuni si appartarono. Antonio chiese al  suo Capellano di leggere per lui … altri aprirono le buste con trepidazione lì sul posto. il fante Rodolfo, soprannominato "Mirino", si era allontanato dal gruppo e, appoggiando le spalle ancora umide a una parete della trincea vicino alla scaletta che era usata per uscire all'assalto alla baionetta, aprì la busta … e lesse: Bergamo, 30 settembre 1917. Caro amato Rodolfo, voglio dirti con questa mia che io sto bene, così spero di te. E' più di un mese che non ricevo tue notizie. Scrivi! Il bambino che ho in me, ha cominciato a muoversi. Lo sento spesso durante il giorno e, qualche volta, anche la notte. vedrai sarà un bel bambino e assomiglierà a suo padre. – Un sorriso attraversò il viso del soldato – Mia madre afferma che sarà maschio (lei ne ha avuti sei di figli), anch'io lo spero. E' quello che desideravi. Quando ti daranno qualche giorno di licenza? Ho desiderio di vederti e abbracciarti. Rodolfo, mi manchi! Perché questa maledetta guerra non finisce? perché tanti uomini devono morire? Non è giusto. sono ormai sei mesi che sei lontano, quando torni? Io ti penso tutti i giorni, e prego la Madonna perchè ti protegga. Tuo padre sostiene che è una brutta guerra e, secondo lui, non finirà presto. Spero che si sbagli. E tu come stai? mangi? Non esporti troppo, non fare la testa matta, che ti conosco. Pensa che quando tornerai la famiglia sarà aumentata e un bambino rallegrerà le giornate. Ora ti saluto e ti mando un grosso bacio. Tieni sempre con te la medaglietta della Madonnina che trovi nella busta perché ti proteggerà. Scrivi. Ti voglio tanto bene. Virginia." Due lacrime acidule si posarono sullo scritto e l'alone macchiò là dove era scritta la parola "bambino". Rodolfo piegò accuratamente il foglio e lo ripose nella busta mettendolo, poi, nella tasca della giubba, quella di sinistra sul cuore. Sentì la voce del Sergente che lo chiamava. Si affrettò. "Mirino" -disse confidenzialmente il graduato -" Ti comunico che hai guadagnato una promozione a Caporale, in merito al tuo comportamento coraggioso che hai dimostrato nell'ultimo assalto. Ti convocherà il Sig. Tenente. " E se ne andò scuotendo gli scarponi a ogni passo. "Mirino", certo; lo avevano soprannominato così quelli del suo plotone perché tutte le volte che usciva dalla trincea, sia di pattuglia sia per l'assalto, prima di salire la dannata scaletta, accarezzava sempre il mirino del suo fucile 91: "Porta fortuna", diceva. Il fango della trincea rendeva pesanti gli scarponi e malsano viverci, ma era la guerra.  La noitizia del Sergente lo aveva compiaciuto e l'avrebbe comunicata alla moglie appena possibile. Ma ora la sua mente era fra le righe che Virginia gli aveva inviato. Un bambino! Lo aveva tanto desiderato. Gli piaceva accarrezzare l'idea di essere padre. E la dolcezza di Virginia, le sue domande, le osservazioni trasparivano un amore dedicato, un sentimento materno profondo. Il loro era un amore sincero acuto e passionale… erano fatti l'uno per l'altra. Sì di questo il soldato Rodolfo, presto Caporale, ne era convinto. Ed ecco, mentre la sua mente era immersa in tali pensieri, il fischietto dell'Ufficiale emanò un suono. Era il fischio per l'assalto. Il segnale della baionetta in canna, il segnale dei micidiali reticolati dove le mitragliatrici nemiche falciavano uomini come un mietitore falcia il grano maturo. Un'altra carneficina era prossima. Il Fante Rodolfo si avvicinò alla scaletta e, prima di possederne i pioli, accarrezzò il mirino del suo 91 e si lanciò all'assalto uscendo dalla trincea … negli occhi il viso sorridente di Virginia.

Gianpiero Dèlmati

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Commenti (4)

  1. massimo donati ha detto:

    Bravo v.direttore,si percepisce l’animo dell’adulto poeta ed anche vissuto…ma,credo,dell’artista che è nascosto,piu’o meno,in qualcuno di Noi……

    max

  2. Alessandra Ghidoli ha detto:

    Gentile signor Delmati, la mia famiglia è originaria di Milano ed ha per un periodo ha abitato nel Palazzo di via Brisa poiché la mia trisnonna, Amalia Beretta in Ghidoli, era figlia di Isabella Delmati che aveva a sposato tal Giovanni Beretta. Il Palazzo fu visitato durante l’ultima a guerra e poco prima della sua distruzione da mio padre, giovane sottotenente, che di passaggio a Milano era andato a salutare i parenti Peverelli e Redaelli ed aveva voluto vedere l’antica dimora di famiglia. Sul Palazzo e su Radeztky si raccontavano in casa vari aneddoti e se Isabella Delmati era detta “l’austriacante” per la sua amicizia con il generale, Giovanni Beretta sembra invece aver avuto contatti con Cernuschi, Cattaneo ecc. e si dice che avesse sfruttato la vicinanza con Radetzky per carpirgli utili informazioni. Recentemente ho poi reperito all’Archivio di Stato di Milano il testamento di Isabella Delmati che mi ha dato la conferma della sua residenza nel Palazzo di via Brisa dove infatti risulta anche al momento della morte. Detto questo, le chiederei se Lei per caso non abbia qualche immagine o altra documentazione sullo storico edificio perché dopo averne tanto sentito parlare in famiglia mi piacerebbe davvero poterne sapere di più e magari vedere come era fatto.
    Grazie comunque e molti cordiali saluti
    Alessandra Ghidoli

  3. gianpiero ha detto:

    Gentile Alessandra Ghidoli, ho risposto inviandole una e-mail al suo indirizzo.
    Grazie
    Gianpiero Dèlmati

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