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Matelda – “C’era una volta un Re che …”

MATELDA’

C’ERA UNA VOLTA UN RE CHE …

Racconto  di

Gianpiero Délmati

Capelli lunghi le spalle coprenti, color castano chiaro. Camminava con passo svelto per l’unica strada, poco più che un sentiero, che conduceva fuori dal pagus.  I colpi di martello sull’incudine, dati dal maniscalco intento a sagomare ferri per cavalli, le giungevano alle orecchie recandole fastidio. Il panem et caseus che aveva gradito quel mattino, innaffiati con  lactis appena munto le dava un senso di sazietà. Tutto attorno l’animosità del piccolo borgo medievale respirava quell’aria grigia di Novembre, quando la pianura trasudava la sua nebbia mattutina. L’alba era cominciata, ma era così pallida che le ricordava la luce fioca di una lanterna   messa nelle stalle; quella luce  era resa opaca dal velo naturale che quel mattino avvolgeva ogni cosa. Matelda si stava recando alla piccola Abbazia  su di un ermo colle a qualche lega dal pagus. Ora, i colpi di martello, con la distanza, si erano affievoliti ovattati dalla nebbia fino a cessarne l’eco. L’abate Martin, superiore dell’abbazia,  l’aveva mandata a chiamare. I rintocchi dell’Ave Maria erano da qualche tempo risuonati, ricordando al contado di iniziare il nuovo giorno con una preghiera. La vita al pagus contadino trascorreva lenta e tranquilla, grazie alla pace fatta dal Duca con i nemici confinanti il feudo a lui legato e, da qualche tempo non si udivano rumori di guerra.  L’operosità  ininterrotta nei campi aveva dato i suoi frutti. I raccolti dell’estate così come l’ Autunno erano stati abbondanti e i villici avrebbero fronteggiato la fame durante la stagione fredda ed improduttiva; anche il bestiame aveva assicurato il suo fabbisogno  fino alla nuova Primavera. Era dura, in ogni caso, la vita medievale in un pagus. Matelda si aggiustò il lungo abito cinto alla vita che, appesantito dal mantello preso in prestito da suo fratello  Lasco strascicava  nel pantano dell’ultima pioggia caduta poiché aveva lasciato fanghiglia sul sentiero che conduceva al luogo romito. Bussò tre volte al robusto portone dell’abbazia prima che uno dei frati venisse ad aprire. Fatta entrare, fu introdotta in una stanza in attesa. era bella Matelda. Madre Natura le aveva donato una bellezza “aristocratica” ed acume, pur essendo d’estradizione contadina. Non faceva nulla per la sua rosea pelle, se non lavarsi con l’acqua corrente del ruscello che scorreva, ridente, alle spalle della casa fatta di legno e paglia dove trascorreva la vita quotidiana. Al ruscello  attingeva  ogni giorno per la bisogna della famiglia, di una mucca e di un maiale unica ricchezza posseduta. Il suo viso luminoso, impreziosito da occhi verdi come gemme, ostentava la sua ovale e regolare conformazione. Il corpo, che poteva intuirsi sotto la pesante tunica di lana grezza confezionata con le proprie mani, lasciava immaginare le sue forme perfette. A diciotto anni Matelda si poteva definire un fiore di ragazza, la più bella del piccolo pagus e giustificato orgoglio dei suoi famigliari. Mentre attendeva, seduta, ebbe modo di osservare ciò che la circondava. Oltre alla panca di legno che la ospitava, c’erano un camino in pietra con fuoco sfavillante, un gran Crocifisso  pur esso in legno scuro posto di fronte alla panca; e una finestrella sbarrata con una grata di ferro battuto. la ragazza era tesa, poiché non conosceva il motivo per il quale l’abate l’avesse convocata. Proprio non ne aveva nessuna idea e, ciò, la poneva in ansia. Un Abate di una Abbazia  era una figura rilevante, rappresentativa e potente; per questa ragione doveva trattarsi di cosa molto importante. Il fuoco del camino diffondeva un piacevole tepore che aiutò Matelda a scrollarsi di dosso  quell’umidità assorbita durante il cammino fatto per raggiungere tale luogo. Aveva camminato per oltre un’ora in un’alba uggiosa in cui la nebbia le aveva intriso d’umidità il vestiario. per attenuare il suo stato d’animo, profferì una preghiera fra le labbra “… Ave Maria Mater Dei “…  la prece era in latino, come usava in quei tempi.  Poco dopo udì un rumore: zoccoli di  un cavallo sull’acciottolato interno  del luogo sacro. Dal rumore era chiaro che l’animale andava al passo e, poco dopo, nel cortile antistante la stanza dove era in attesa. Incuriosita tese l’orecchio, ma non percepì  alcuna parola, solo rumor di passi. la finestrella era posta troppo in alto per potersene servire. Si rassegnò. Passò ancora del tempo, forse un’ora. Entrò il medesimo frate che le aveva aperto il robusto portone con una fascina di legna che pose sul fuoco del camino per ravvivarlo; non pronunciò favella, nemmeno all’accenno ad una domanda di Matelda, ma pose il dito indice sulle labbra in segno di silenzio, e uscì. Passò ancora dell’altro tempo durante il quale  le campane a martelletto risuonarono otto volte. ora la fascina della legna era quasi tutta divorata dal fuoco riscaldando l’ambiente, ma il cuore di lei non recepiva più tale calore, era intirizzito dall’ansia. …”Ave Maria Mater Dei” …   Mentre le sue labbra mormoravano, la porticina della stanza s’aprì. L’Abate Martin si presentò con il saio di iuta scapolato ed un grosso Crocifisso in legno che pendeva dal suo collo tramite una corda grezza, occupando il centro del torace. La barba bianca, la giusta tonsura e, notò Matelda,  i piedi non protetti che calzavano  solamente un paio di sandali. ma gli occhi erano indagatori. La ragazza si genuflesse, baciando le mani al frate. Egli le fece cenno di sedersi mentre lui, rimanendo in piedi, parlò. Affermò che il nobile Lapo, unico nipote ed erede del Duca Ulrico, avendola notata un giorno ad attingere acqua al ruscello, si era innamorato di quella bella e rosea contadina, e voleva convolare a nozze con lei, anche se per la sua nobile casata era alquanto particolare tale fatto. Ma Lapo era perdutamente innamorato. Vieppiù, aveva un certo ascendente verso lo zio regnante, guadagnato nelle battaglie vinte che portarono alla pace. Quindi dava scontata la sua decisione. Rimase impietrita; arrossì … poi rammentò che nella stagione dell’Estate trascorsa, aveva visto il Duca. Un giorno un gruppo di cavalieri transitava al trotto mentre lei era intenta al ruscello e ne aveva notato uno, fra questi,  con portamento regale, con vesti d’alta fattura e di una lucentezza che solo una stoffa di altissima qualità poteva sprigionare. E aveva compreso che doveva trattarsi di una personalità d’alto rango, giacché notò anche, che cavalcava al centro del gruppo, e gli altri ricoprivano il ruolo di eventuale difesa. I cavalieri si soffermarono un attimo, profferendo alcune parole a lei incomprensibili. La sua fierezza le permise di guardarli a viso aperto. Poco dopo spronarono i cavalli nella verde ed assolata campagna. L’Abate Martin la ricondusse al presente, consigliandole vivamente di accettare  l’occasione e di prepararsi all’incontro con il nobile Lapo che, fra pochi istanti, avrebbe varcato la soglia di quella stanza per incontrarla ed avere direttamente dalle sue labbra il sì, senza condizioni. Ella doveva anche considerare che la Voluntas Dei era questa, e non bisognava sottrarsi.  Solo così avrebbe mutata completamente la sua vita meschina in maniera radicale, lasciando per sempre il pagus per una vita a corte, ricca di educazione, di nobili usanze, di gioielli  e …  una principessa insomma!  Fu a quel  punto che Matelda ricordò le favole che le raccontava sua madre quando lei era piccola, mentre filava , d’Inverno, la lana con il fuso, e che cominciavano sempre così: ” C’era una volta un re che …”   E fu in quell’istante che la saggezza popolare e contadina della ragazza ebbe il sopravvento . Matelda pensava che non avrebbe potuto vivere come moglie di un un uomo  per il quale non provava nulla; senza conoscere nulla di lui se non il suo potere e le sue ricchezze. No ! La felicità che lei cercava poteva essere altrove, anche senza agi e lusso. Guardò dritto negli occhi l’Abate Martin e pronunziò la sua ferma rinunzia. Il religioso  rimase alquanto sorpreso e pensò: “Questi pagani non temono nemmeno la “Voluntas Dei”, mentre Matelda si avviava repentinamente all’uscita, lasciando quel tepore che l’aveva riscaldata temporaneamente, per imboccare correndo, il sentiero ormai sgombro dalla nebbia e che l’avrebbe riportata giù al pagus  nella sua casa di legno e paglia, presso l’amato ruscello ridente.

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